L 'epoca Saint Robert - Rondolino - Rosso (1820-1920)

La Cascina Simonetto, messa in vendita dagli eredi di Carlo Benedetto Bertelli d’Asti, venne acquistata nel 1820 dal conte Cesare Ballada di Saint Robert (1781-1857) che studiò matematica a Genova e divenne un importante botanico. All’età di quarantacinque anni, persa improvvisamente la vista, scrisse il libro Lamenti di un povero cieco con pensieri cristiani. Alla sua morte la Simonetto passò in eredità alla figlia Carolina, sposata a Michele Rondolino. 

Nel 1850 era nato il loro figlio Ferdinando, futuro erede della Cascina e futuro marito di Albina Gianoli (1863-1933). Laureatosi in legge nel 1850, Ferdinando Rondolino intraprese la carriera di magistrato alla quale in seguito rinunciò per dedicarsi agli studi storici e all'impegno nell’Azione Cattolica. Tra i numerosi scritti ricordiamo un volume di studi medievali composto in collaborazione con Riccardo Brayda: Villabasse, la sua torre e i suoi signori (1887) e un romanzo storico ambientato a Villarbasse nel secolo XIV, La corte d’Acaja (1884).

Ferdinando Rondolino morì a Torino nel 1929 nel suo palazzo di via Bogino, ma già nel 1920 la Cascina Simonetto era stata venduta a Massimo Gianoli, cugino di primo grado di Albina. 

 La parte colonica della Simonetto è stata invece abitata per cento anni (1820-1920) dalla famiglia Rosso. Patriarca della famiglia è Giuseppe Rosso (1835-1911) e prima di lui suo padre. Giuseppe Rosso sposa Giuseppa Frassi dalla quale ha quattro figli: Gabriella, Ferdinando, Luigi e Bartolomeo.

L’ultimo dei Rosso a nascere alla Simonetto sarà il terzo figlio di Ferdinando, nato alla cascina il 17 luglio 1921 e battezzato col nome di Massimo, in onore dell’avvocato Gianoli, suo padrino di battesimo. 

 

 

L'epoca di Massimo Gianoli (1920-1945)

Massimo Gianoli (1880-1945) acquista la Cascina Simonetto nel 1920. Ha quarant’anni. Laureato in giurisprudenza e appassionato di agricoltura, occupa una posizione dirigenziale all’Agip Piemonte dove rimarrà fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Sotto la conduzione dell’avvocato Gianoli, la Simonetto diventa negli anni Trenta del Novecento un’azienda agricola modello, completamente all’avanguardia sia nell’architettura che nei sistemi produttivi.

20 novembre 1945

Da allora il nome di Villarbasse entra inesorabilmente prima nelle cronache, poi nella storia e nell’immaginario collettivo.

La ricostruzione di quella tragica notte si ritrova negli atti giudiziari, nella lunga sentenza che si conclude con la condanna degli imputati alla pena capitale.

La storia è nota: quattro uomini armati e con il volto coperto da un fazzoletto si introducono nella cascina Simonetto la sera del 20 novembre 1945. È l’ora di cena e nella cucina della casa padronale le domestiche stanno finendo di preparare un tipico piatto piemontese: la bagna cauda. Uno dei quattro banditi viene riconosciuto dalla governante: è un garzone che aveva lavorato alla Simonetto. Assieme a tre complici ha organizzato il colpo, convinto che nella cassaforte della villa padronale ci sia un’ingente somma di denaro.

Ma quando viene riconosciuto, il proposito di rapina si trasforma in proposito di omicidio. Le otto persone presenti quella sera al Simonetto, verranno tramortite con una sbarra e gettate in una cisterna con un blocco di cemento legato alle caviglie. A esse si aggiungeranno i mariti delle due domestiche, recatisi alla cascina per cercare le rispettive mogli che tardavano a rientrare a casa. All’alba del giorno successivo, il 21 novembre, la cascina appare disabitata e l’intera faccenda avvolta in un fitto mistero. Sparite le persone, sparito il cane. Si ritrova solo un bimbo piangente, nipote del fittavolo.

Vengono sollevate varie ipotesi tra cui quella del rapimento, si compiono ricerche in tutto il territorio, coinvolgendo polizia, carabinieri, il temuto esercito alleato comandato dal capitano Marshall, nuclei di ex partigiani e volontari valligiani. In chiesa si recita una novena.

I corpi verranno ritrovati dopo otto giorni: non in una sperduta forra del territorio, ma nella cascina stessa, dentro una cisterna per la raccolta delle acque piovane.

Il resto della storia riguarda le indagini compiute dagli inquirenti, che condurranno ai colpevoli attraverso una serie di circostanze fortuite e grazie alla determinazione e all’intelligenza degli investigatori.

Quattro mesi dopo la strage, tre dei quattro assassini saranno catturati e il delitto ricostruito nei particolari attraverso le confessioni degli imputati.

Il capo della banda, verrà trovato morto in Sicilia, probabilmente giustiziato dalla malavita locale.

Il processo per l’eccidio del Simonetto iniziato il 3 luglio 1946 in corte d’Assise si concluderà con la sentenza emessa il 5 luglio: condanna a morte. La fucilazione avrà luogo al Poligono delle Basse di Stura di Torino, il successivo 4 marzo 1947.

 

I nomi delle vittime della Cascina Simonetto sono ricordati da una lapide nel cimitero di Villarbasse: Massimo Gianoli, Teresa Delfino, Antonio Ferrero, Anna Varetto, Marcello Gastaldi, Renato Morra, Fiorina Maffiotto, Rosa Martinoli, Gregorio Doleatto, Domenico Rosso.

La transizione: i Ferrero - i Garelli - i Barbero (1945-1960)

Tre mesi dopo l’eccidio, nel febbraio del 1946, si trovano persone disposte a trasferirsi nella casa colonica del Simonetto per condurre l’azienda agricola.

Sono Giacomo e Gina Ferrero, giovane coppia di sposi poco più che ventenni.

Il 5 maggio di quello stesso anno, nasce al Simonetto il loro primogenito, Bruno, oggi sacerdote salesiano e scrittore. Cinque anni dopo nascerà il secondogenito Piero. I Ferrero rimarranno al Simonetto fino al 1953.

In contemporanea anche la casa padronale viene affittata.

Ettore Garelli, dottore in economia e commercio impiegato presso l’Intendenza di Finanza di Torino, si trasferisce nella casa padronale del Simonetto nel 1946 con la moglie Buba e il figlioletto Guido di due anni. Ettore e Buba si erano conosciuti e sposati durante la guerra: lui faceva parte dell’esercito italiano, lei militava nelle brigate partigiane serbe. Ettore Garelli è membro di un gruppo esoterico conosciuto col nome di “Idea spiritualista”. Il gruppo, formato da dodici componenti, ha una medium, Libia Martinengo, una giovane che veicola gli insegnamenti filosofici ed esoterici di un’entità spirituale. Il gruppo s’incontra a Torino in via Magenta e al Simonetto nel grande salone.

Tra le conoscenze del signor Garelli, vi è Gustavo Rol, che si reca in visita al Simonetto ed entra in contatto con lo “spirito intelligente” delle persone che hanno perso la vita in quella tragica notte di novembre. I Garelli rimarranno al Simonetto fino alla fine del 1960.

La casa colonica, dopo che i Ferrero hanno lasciato la cascina per aprire un’attività commerciale in paese, viene occupata da un’altra famiglia.

I Barbero, originari di Lagnasco in provincia di Cuneo, si trasferiscono al Simonetto nel novembre del 1953.

Sono in sette: il signor Giuseppe (classe 1896) con la moglie Angela (classe 1905), tre figli maschi di quindici, ventiquattro e venticinque anni, Giovanni, Giuseppe, Francesco e due ragazze, Giovanna e Teresa rispettivamente di venti e ventidue anni.

Nel febbraio del 1955 nasceranno i due gemelli Roberto e Guido (figli di Giuseppe e della moglie Giovanna), sei mesi prima di un altro parto gemellare, quello della signora Buba Garelli che nel luglio dello stesso anno darà alla luce le gemelline Vera e Paola. I Barbero rimarranno al Simonetto dal 1953 al 1960.

Nuovi proprietari, nuovo nome: gli Oberto (1961-1990)

Nel 1961 la proprietà viene acquistata dalla famiglia Oberto.

Daniele Oberto (classe 1903), titolare di uno studio professionale ad Alpignano, e la moglie Angela Ballabio (classe 1911) hanno nove figli nati tra il 1933 e il 1948. Una delle prime cose che faranno i nuovi proprietari sarà cambiare il nome della casa, ribattezzata La Pervinca, in omaggio ai fiorellini azzurri che crescono rigogliosi nel giardino. Si vuole chiudere definitivamente con il passato, con quella storia di morte che ha segnato così duramente il destino di questo luogo. Si vuole dimenticare. La cascina cambierà nome e, assieme al nome, cambierà personalità.

Parte dei terreni vengono venduti, la stalla si svuota, anche la vigna che richiede continuo lavoro di manutenzione, verrà smantellata.

La Pervinca diventa una casa per i fine settimana e per le vacanze di questa numerosa famiglia: del signor Daniele e della moglie Angela principalmente, ma anche dei figli e dei nipoti. Qui negli anni verranno festeggiati battesimi, comunioni, feste di laurea, compleanni, matrimoni. 

Daniele Oberto morirà nel 1986 e alla fine degli anni Ottanta la proprietà sarà messa in vendita dagli eredi.

Storia recente: i Grosa (dal 1990 ad oggi)

Nel 1990 la tenuta è stata acquisita dai fratelli Aldo (classe 1924) e Sergio (classe 1927) Grosa.

Aldo Grosa che amava molto questo luogo, ha trascorso al Simonetto gli ultimi anni della sua vita dove si è ricongiunto con la moglie Franca, dopo vent’anni di separazione. Aldo è mancato serenamente al Simonetto all’età di 84 anni lasciando la proprietà in eredità alla figlia Marinella.

Nel 2013 è stato ripristinato il nome originario della proprietà: Cascina Simonetto. 

Testi e fotografie tratti da: La casa ritrovata- Storia e storie della Cascina Simonetto di Villarbasse di Marinella Grosa (Effatà Editrice, 2013).

Le foto sono protette da copyright e non possono essere riprodotte senza l’autorizzazione dell’autrice e dell’editore.